2a Testimonianza – Epilessia – Grande male e crisi di assenza

Epilessia

Gordon Hanson è un uomo di cinquantatre anni che soffre sia di grande male, sia di crisi di assenza. Questi sintomi venivano parzialmente contenuti per mezzo di farmaci convenzionali, in particolare fenitoina (Dilantin@), primidone (Mysoline@) fenobarbitale, che però comportavano gravi effetti collaterali
Ecco la sua testimonianza:

È molto più piacevole per me ricordare gli anni prima del conseguimento del diploma superiore piuttosto che pensa re a quello che accadde in quel freddo giorno di settembre del 1956. I venti da Nord sollevavano le foglie secche mentre io mi affrettavo ad andare a riempire il mio secchio di mirtilli colar rosso vivo, correndo verso il tramonto di un giorno più breve di quello che l’aveva preceduto. Le mie emozioni erano contrastanti; era la prima stagione in cui sarei stato libero dagli impegni scolastici, ma ero incerto sul mio futuro.

Arrivare a casa per cena era un’esperienza piacevole sia per me, sia per il mio fedele fox terrier. Vivere in Minnesota era poco meno che una benedizione. Ero nato nel 1938, il più piccolo di otto fratelli in una famiglia di immigrati di origine scandinava sbarcati in America all’inizio del secolo. Quando ero nato io mia madre aveva quarantanove anni, e il più giovane dei miei fratelli ne aveva nove. Numerose immagini d’amore riempivano la mia vita, sebbene le cose materiali non fossero altrettanto abbondanti.
Mio padre, come i nostri vicini, ricavava una modesta rendita dalla sua piccola fattoria con cascina. Quella sera di settembre mi sentivo molto assonnato e mi ritirai prima delle dieci di sera. Il risveglio fu un turbine di confusione e depressione, seguito da nausea, mal di testa e un indolenzimento muscolare che sembrava interessare tutto il corpo. I miei familiari erano tutti intorno alletto, con i volti pieni di preoccupazione. Non appena si fece giorno mi spronarono perché andassi a farmi visitare dal nostro medico di famiglia a Baudette. La sua diagnosi mi fece sentire ancor più spaventato e depresso. Come potevo avere l’epilessia?

La mia malattia fu tenuta segreta il più possibile. Col passare degli anni, imprevedibili attacchi di piccolo male cominciarono a manifestarsi, mentre il grande male – seppure meno frequente – continuava a lanciare incalzanti segnali del suo avvicinamento; suoni privi di significato o di una sorgente riconoscibile, incapacità di parlare, e infine la paralisi strisciante che lentamente inghiottiva il mio corpo. L’incoscienza occultava ogni sintomo fino a quando non riacquistavo i sensi. Ustioni e ossa rotte non erano cosa rara, e tuttavia non erano così funeste come la profonda depressione in cui mi maceravo.

Le combinazioni di farmaci come Dilantin, Mysoline e fenobarbitale fecero diminuire il numero degli attacchi epilettici ma chiaramente non risolsero i miei problemi.
Accadeva spesso che una profonda tristezza opprimesse la mia vita per giorni interi. Naturalmente si riteneva che l’epilessia ne fosse la causa: nessuno mi aveva mai detto che i farmaci che si usano per evitare le crisi hanno anche dei brutti effetti collaterali. Per qualche anno andai avanti a bere alcol, che però offriva evasioni troppo effimere. Alla fine incontrai una ragazza che volevo sposare, ma siccome avevo paura che mi avrebbe rifiutato, non le dissi nulla dei miei disturbi epilettici prima del nostro matrimonio.

La nostra giovane età e il dono di una figlia ci protessero dal dolore per breve tempo. Ma le cose necessarie alla sopravvivenza diventavano sempre più difficili da ottenere, e gli attacchi di epilessia diventavano più frequenti. Mia moglie cominciò a bere per nascondersi da una persona che ora aveva cominciato a temere, a causa degli strani disturbi e dei successivi stati di apatia che creavano una sindrome da dottor Jekyll e Mr Hyde. La sua dedizione all’alcol e la mia reazione a essa accrebbero la nostra infelicità, che fu alleviata solo per breve tempo dalla nascita di un’altra figlia e di un figlio all’inizio degli anni ’60. I miei disturbi e i miei problemi finanziari aumentavano.

Alla fine degli anni ’60 ebbi a che fare con la legge in più occasioni. All’inizio degli anni ’70 i bambini furono temporaneamente allontanati da casa nostra. La corte mi ingiunse di rivolgermi a un consulente matrimoniale; questi suggerì che avrei potuto provare la marijuana per ridurre gli effetti depressivi del fenobarbitale e al tempo stesso contenere gli attacchi epilettici. Quel suggerimento mi sembrò assurdo, dato che il mio atteggiamento era lo stesso della maggioranza: la marijuana era una droga il cui nome si poteva a malapena sussurrare, indiscutibilmente malefica! Grazie a Dio, cominciai a documentarmi sulla pianta e feci anche ricerche presso altre fonti, tra le quali l’Università del Minnesota. Scoprii che era stata usata a scopo medico nei secoli passati, e cominciai a fumarla regolarmente.

Nel 1976 avevo ormai ridotto la mia dose di fenobarbitale, Dilantin e Mysoline del 50% circa. Le crisi erano diventate meno frequenti e gli sbalzi d’umore erano andati scemando, almeno quando la marijuana era disponibile. Nel 1976 fui arrestato per il possesso di una piccola quantità, e da allora trovai più difficile acquistarla. Il giudice mi disse di consultare un dottore. Il dottore non negò l’utilità della marijuana a scopo medico, ma siccome era illegale mi suggerì di prendere il Valium. Per quasi due anni presi due compresse di Valium al giorno, ma questo fece di me uno zombie ambulante, e comunque avevo ancora i blackout.

Nel 1978 mia moglie fu ricoverata in ospedale per tre giorni perché aveva scambiato il fenobarbitale per aspirina mentre era ubriaca. Quel fatto mi convinse a buttar via tutto il fenobarbitale e il Valium che mi rimanevano. Grazie a quella rinuncia ritrovai la lucidità mentale. Decisi, quella primavera stessa, di provare a far crescere delle piante da
semi che avevo accumulato. Ebbi un discreto successo. Di anno in anno vennero nuovi metodi per migliorare la qualità, lasciando i ricordi spiacevoli alle spalle. Nel 1982, ormai coltivavo in giardino abbastanza marijuana da poter ridurre ulteriormente il mio consumo di farmaci. Gli attacchi di grande male erano svaniti e gli attacchi di piccolo male ammontavano a meno di dieci all’anno. Sfortunatamente, quell’estate trovai la polizia che guardava in cagnesco il mio raccolto di erba, e così fui arrestato per il possesso di quello che loro chiamavano un grosso quantitativo. Continuai a coltivare le mie piante mentre aspettavo l’esito di un lungo contenzioso legale che si concluse nel 1985 con una condanna a due mesi di prigione. Mi diedero più compresse, ma in carcere gli attacchi epilettici mi vennero ancora. Mi fu prescritto un altro farmaco, il Tranxene [clorazepato, un farmaco che combatte gli stati ansiosi e rilassa i muscoli in modo simile al Valium], ma lo usai pochissimo perché mi accorsi che i suoi effetti erano simili a quelli del Valium.

Quando mi rilasciarono ricominciai a fare uso di marijuana per alleviare sia i blackout, sia gli effetti collaterali delle pillole. La nostra vita familiare diventò piacevole mentre gli anni scivolavano via dolcemente. Un raccolto medio di quaranta piante di canapa offerte dalla natura riduceva il mio fabbisogno di prodotti chimici fatti dall’uomo a una dose di Dilantin e una di Mysoline al giorno. Ormai gli attacchi di piccolo male capitavano cinque volte all’anno o meno, per lo più in inverno, quando finivo la marijuana. La vita diventò molto più armoniosa.

Nel 1988 ci fu siccità, la mia marijuana crebbe a stento e così fui costretto a comprarne per strada solo quattro mesi dopo il raccolto. Il prezzo corrente era aumentato così tanto che potevo a malapena affrontare la spesa. Gli amici mi aiutarono fino alla successiva stagione di raccolto, ma avevo ancora molti disturbi quando la marijuana veniva a mancare. Deciso a non farmi trovare a corto di marijuana per una seconda volta, nel 1989 ne piantai il triplo, cimando ogni pianta in modo che assomigliasse a una pianta di pomodoro, bassa e cespugliosa.

Alla fine di luglio ne raccolsi un paio e le lasciai nel nostro vecchio granaio perché si essiccassero. Il resto della storia è una tragedia: cinque agenti di polizia che bussano alla mia porta quando non sono ancora le sei del mattino e che tengono mia moglie, mio figlio e me sotto tiro. Mio figlio perse il suo impiego perché quella mattina non gli fu consentito di andare al lavoro. Inutile dirlo, tutto la marijuana fu sequestrata. Dopo aver pagato una cauzione fui rilasciato, solo per rivivere quell’esperienza nei miei sogni, ogni notte per settimane. Da quel giorno la mia vita è stata un esperimento che ha fugato tutti i miei dubbi sulle proprietà medicinali della marijuana. A causa dell’impossibilità di procurarmene ho subito quasi duecento attacchi di epilessia, tra i quali parecchi di grande male.

Il 22 giugno 1991, quello che avevo temuto accadde. Una telefonata dal mio avvocato di Minneapolis mi informò che dovevo presentarmi alla prigione della Contea di Roseau per una condanna a sei mesi. La Corte Suprema del Minnesota aveva respinto il mio ricorso in appello. Ora sono seduto in una cella, senza che siano stati presi provvedimenti per la mia sicurezza personale. La cella è isolata. Non ho modo di comunicare con l’ufficio del secondino e ai due detenuti con i quali divido la cella non è stato detto cosa fare nel caso di un mio attacco epilettico.

Fa uno strano effetto ricordare i primi anni ’70, quando mi era stato detto di rivolgermi a un consulente matrimoniale che mi aveva consigliato di usare la marijuana anziché i farmaci. Ora la legge mi ha allontanato da mia moglie per aver dato ascolto a quel suggerimento, che aveva centrato l’obiettivo di contenere i miei disturbi e di riportare l’amore fra noi. Ora la legge mi obbliga ancora una volta a prendere farmaci. Temo che i numerosi, terribili effetti collaterali torneranno e mi faranno ridiventare quella crea tura da incubo che ha causato tanta angoscia a mia moglie e alla mia famiglia. Non posso aspettarmi che mia moglie
accetti una situazione del genere ancora una volta, dopo che avevamo trovato una soluzione scoprendo la creazione divina di un’erba così meravigliosa e benefica. Apparentemente la mia unica alternativa è non usare affatto farmaci o droghe, quando sarò rilasciato. Ciò causerà molte tribolazioni inutili non solo a me ma anche a mia moglie, che dovrà convivere con i miei disturbi e con gli stati depressivi che ne conseguono. Posso solo pregare che il nostro governo riconosca gli impieghi edici della marijuana prima della mia scarcerazione. Altrimenti, non posso aspettarmi che Connie mi accetti a casa.