3a Testimonianza – Morbo di Hodgkin

Chemioterapia neoplastica

Sei mesi dopo il matrimonio, celebrato nel 1969, il marito di Mona Taft, Harris, si accorse di avere un gonfiore sul collo. Una biopsia effettuata al Massachusetts GeneraI Hospital di Boston rivelò il morbo di Hodgkin, un linfogranuloma maligno. Mona Taft racconta quanto accadde:

Al momento della diagnosi, Harris era gravemente ammalato ma non mostrava ancora i sintomi avanzati, più evidenti, del morbo di Hodgkin.

Immediatamente si sottopose al primo di una lunga serie di interventi chirurgici: la milza e i linfonodi colpiti furono asportati attraverso un ‘incisione che correva dal bacino al torace. Non appena la ferita guarì ed egli recuperò parte delle sue forze, cominciò a sostenere i primi trattamenti in quello che si sarebbe rivelato un decennio di cure anticancro. Malgrado gli avvertimenti dei dottori, eravamo del tutto impreparati agli effetti devastanti della chemioterapia. Un’ora e mezza dopo aver sostenuto la sua prima seduta di chemioterapia mio marito cominciò a vomitare, e il vomito persistette per ore interminabili. Quando non ci fu più niente da rigettare, continuò ad avere conati a secco. Dopo un giorno il vomito andò calando, ma gli rimase un tale senso di nausea da non riuscire a mangiare e nemmeno a sopportare la vista o l’odore del cibo. I dottori gli prescrissero una serie di farmaci antiemetici come il Compazine. Neanche uno si rivelò efficace. Harris fu sottoposto a chemioterapia almeno una volta al mese per circa un anno. Sembrava che la terapia contribuisse a sopprimere il suo tumore, ma certamente si prendeva anche una terribile contropartita sulla qualità della sua vita.
Nei sette anni seguenti Harris sembrò rimettersi più volte.

Ogni volta che il cancro ritornava era più esteso, i farmaci usati per combatterlo erano più tossici e le reazioni d’intolleranza diventavano più gravi. Nel frattempo, Harris si sottopose a molti altri interventi chirurgici, tra i quali l’asportazione di un tessuto canceroso che si era propagato fino al cervello. In seguito cominciò ad avere difficoltà a camminare a causa della presenza, nella sua spina dorsale, di un tessuto canceroso che stava premendo sui nervi dai quali dipende l’uso delle gambe. Anche questi tumori furono asportati chirurgicamente.

Siccome la malattia continuava a progredire, Harris fu sottoposto a una chirurgia esplorativa dell’addome; i dottori trovarono troppo tessuto canceroso da rimuovere. Fu prescritta una chemioterapia più intensiva, cui si aggiunsero trattamenti per mezzo di radiazioni, che gli procurarono
ulteriore nausea. Ogni giorno diventava sempre più penoso per lui.

Un giorno del 1977, quando arrivammo alla stanza dove Harris doveva ricevere l’iniezione, lui se la svignò e si lanciò di corsa per il corridoio. Poco più tardi lo trovai che vagava per le sale dell’ospedale. Mi disse che non ce la faceva più a continuare la chemioterapia. Non sapeva più cosa fare, era spossato dalla malattia e terrorizzato dagli effetti dei farmaci che avrebbero dovuto prolungare la sua vita.

Non avevo mai visto prima, e non ho più visto da allora, un uomo così sinceramente e profondamente atterrito. Harris era arrivato a temere le cure più del cancro e, come lui stesso ammise, più della morte. Mi disse che avrebbe preferito morire piuttosto che continuare la chemioterapia. Una delle infermiere sentì per caso la nostra conversazione e ci interruppe; disse che capiva il nostro problema e suggerì ad Harris di fumare marijuana per alleviare la nausea e il vomito. Trasalimmo. Sebbene Harris avesse fumato marijuana in gruppo di tanto in tanto, non poteva credere che gli sarebbe stata di aiuto. Ci informammo sulla marijuana dal dottore di Harris, e lui disse che non poteva incoraggiarci a fare qualcosa di illegale, ma che molti dei suoi pazienti più giovani fumavano marijuana e sembrava che questo riducesse i loro problemi di nausea e vomito. Il messaggio era piuttosto chiaro: prova la marijuana e vedi se funziona. Harris aveva una gran voglia di vivere e, come era solito dire, niente da perdere, così decise di dare ancora una possibilità alla chemioterapia e fumare un po’ di marijuana prima della seduta. Non avevo molte speranze.

Quando Harris andò alla seduta successiva, era così spaventato che dimenticò di portare la marijuana con sé; gliela dovetti portare io dopo che lui mi aveva chiamato dalla sua stanza d’ospedale. I dottori, le infermiere e gli inservienti dovevano averlo visto fumare, ma nessuno disse niente. Era come se tutti noi avessimo raggiunto un tacito accordo. Dopo la chemioterapia decisi di rimanere con Harris per tutta la notte, se mai avesse avuto bisogno del mio aiuto. Ma questa volta non ci fu vomito; dormì come un bambino. Fu la sua prima notte intera di sonno ristoratore in quasi sette anni di cure anticancro. La mattina seguente fece una buona colazione, una vera conquista. Niente vomito. Niente nausea. E voleva veramente mangiare! Non posso descrivere quanto fossimo sollevati ed eccitati. Perché nessuno ce lo aveva detto prima? Perché mio marito aveva passato tutti quegli anni soffrendo inutilmente?

Di solito Harris stava male per settimane dopo aver sostenuto la chemioterapia; questa volta fu in grado di tornare al lavoro dopo quarantotto ore. Da allora in poi prese l’abitudine di fumare marijuana ogni volta che aveva la chemioterapia. I risultati furono impressionanti. Cominciò a recuperare il peso perduto e il suo morale migliorò notevolmente. Divenne più attivo e brillante, e noi cominciammo a fare insieme delle cose che io non pensavo saremmo stati capaci di fare ancora. Era chiaro che i suoi medici erano al corrente di quello che lui stava facendo e lo approvavano; non poterono fare a meno di accorgersi dell’improvviso miglioramento delle sue condizioni.

È impossibile per me descrivere in modo adeguato quanto profondamente la marijuana cambiò le cose. Prima di cominciare a usare la marijuana, Harris stava male tutto il tempo, non era in grado di mangiare, non poteva nemmeno sopportare gli odori di cucina. Dopo riusciva a mantenersi attivo, mangiava regolarmente e poteva essere se stesso. Il suo umore, le sue maniere e il suo modo di vedere le cose si erano trasformati. E, naturalmente, la marijuana prolungò la sua vita permettendogli di continuare la chemioterapia. Nei due anni in cui fumò marijuana non ebbe mai inconvenienti spiacevoli. La marijuana è stata la sostanza meno
pericolosa che mio marito abbia ricevuto in nove anni di cure contro il cancro.

Durante questo periodo (1977-1979) Harris e io venimmo a sapere che molti altri malati di cancro fumavano marijuana per lo stesso motivo. La maggior parte di loro aveva imparato a farlo dal proprio medico, che poteva dare soltanto cenni e suggerimenti e raramente era dIsposto a discutere l’argomento in modo aperto ed esauriente. I medici non potevano prescrivere legalmente la droga ai loro pazienti, né controllare l’uso che essi ne facevano, tuttavia potevano prescrivere farmaci chemioterapici altamente tossici, narcotici che provocano pericolose assuefazioni e trattamenti con radiazioni. Ricordo di aver pensato quanto tutto ciò fosse pazzesco. Dal 1979, quando Harris è morto, ho avuto tempo di riflettere sulla grettezza di una legge che lo ha privato del suo diritto di ottenere l’unica sostanza che effettivamente gli dava sollievo dalla nausea e dal vomito. lo mi turbo, poi mi arrabbio quando mi accorgo che ad altri malati di cancro si sta negando questo sollievo. Penso alle persone più anziane che potrebbero non sapere dove trovare la marijuana o potrebbero essere troppo spaventate all’idea di fumare una droga illegale senza stretta supervisione medica. E penso ai bambini e agli adolescenti i cui genitori devono affrontare una scelta straziante: violare la legge o assistere alla sofferenza di loro figlio.