4a Testimonianza – Mesotelioma addominale

Chemioterapia neoplastica

Un’ultima testimonianza sulle proprietà della cannabis come antiemetico viene da Stephen Jay Gould, Professore Emerito di Geologia all’Università di Harvard e autore di molti libri e saggi, di grande valore e risonanza, sull’evoluzione biologica.

Faccio parte di un gruppo molto piccolo, molto privilegiato e molto selezionato: i primi sopravvissuti a una forma di cancro un tempo incurabile, il mesotelioma addominale. La nostra cura prevedeva un insieme accuratamente bilanciato di tutte e tre le terapie convenzionali, cioè chirurgia, radiazioni e chemioterapia. Non molto piacevole, d’accordo, ma considerate l’alternativa.

Ogni malato di cancro sopravvissuto a simili cure intensive (a dire il vero, chiunque abbia sostenuto accanite battaglie mediche contro qualsiasi malattia) conosce in prima persona l’enorme importanza del “fattore psicologico”. Si dà il caso che io sia un razionali sta di vecchio stampo, come oggi non se ne trovano più. Non sopporto il misticismo né le sciocchezze romantiche californiane sul potere della mente e dello spirito. Presumo che un atteggiamento positivo e l’ottimismo abbiano effetti salutari in quanto gli stati d’animo possono alimentare il corpo attraverso il sistema immunitario. In ogni caso penso che chiunque riconoscerebbe un ruolo importante alla resistenza dello spirito attraverso le avversità; quando la mente viene meno, troppo spesso il corpo la segue. (E se il risultato finale non è la guarigione, la qualità della vita che rimane da vivere diventa, se mai, ancora più importante.)

Niente è più scoraggiante e più distruttivo verso la possibilità di un simile atteggiamento positivo -e qui parlo veramente per esperienza personale -dei gravi effetti collaterali prodotti da una terapia così articolata. Radiazioni e chemioterapia sono spesso accompagnate da lunghi periodi di nausea intensa e incontrollabile. La mente comincia ad associare l’agente della possibile cura con gli aspetti di gran lunga peggiori della malattia, dato che il dolore e la sofferenza dovuti agli effetti collaterali sono spesso peggiori del disagio causato dal tumore stesso. Quando ciò accade, l’indispensabile carica psicologica e la fiducia possono venir meno, in quanto la cura sembra peggiore della malattia stessa. In altre parole, sto cercando di dire che il controllo dei gravi e duraturi effetti collaterali nella cura del cancro non è semplicemente una questione di benessere (anche se Dio solo sa che il conforto alla sofferenza è già di per sé una buona ragione), ma un ingrediente assolutamente essenziale per la possibilità di una guarigione.

Ho cominciato con la chirurgia, seguita da un mese di radiazioni, chemioterapia, ancora chirurgia, e poi un anno di chemioterapia addizionale. Mi accorgevo di essere in grado di contenere le formee meno gravi di nausea da radiazioni per mezzo dei farmaci convenzionali. Ma quando cominciai la chemioterapia endovenosa (Adriamycin@), assolutamente nulla nell’arsenale degli antiemetici disponibili aveva alcun effetto. Ero molto a terra e arrivai a temere le frequenti cure con un’intensità quasi perversa.

Avevo sentito dire che la marijuana spesso funzionava bene contro la nausea. Ero riluttante a provarla perché non ho mai avuto l’abitudine di fumare alcuna sostanza (e non sapevo nemmeno come fare ad aspirare). Oltretutto avevo provato la marijuana due volte (nel solito contesto adolescenziale degli anni ’60) e l’avevo detestata. (Sono in un certo senso un puritano in materia di sostanze che, in qualunque modo, offuschino o alterino gli stati mentali, in quanto valuto la mia mente razionale con una presuntuosa arroganza da accademico. Non bevo mai alcolici e non ho mai fatto uso di droghe a scopo “ricreativo”.) Ma avrei fatto qualunque cosa pur di evitare la nausea e il perverso desiderio di mettere fine alla cura che la nausea suscitava. Il resto della storia è breve e dolce. La marijuana agì come un incantesimo. Non mi piaceva l’effetto “collaterale” dell’offuscamento mentale (l’effetto “principale” per chi ne fa uso ricreativo), ma la pura beatitudine di non provare nausea -e quindi di non doveri a temere per tutti i giorni tra una seduta e l’altra -è stata la più grande iniezione di ottimismo che abbia ricevuto in tutto un anno di cure, e sicuramente ha avuto un effetto di primaria importanza sulla mia guarigione finale. Va al di là della mia comprensione (e immagino di essere in grado di comprendere un sacco di cose, tra le quali molte sciocchezze) che un essere umano possa negare una sostanza così benefica alle persone che ne hanno un così grande bisogno solo perché altre persone la usano per scopi diversi.

Dal 1985 gli oncologi sono stati legalmente autorizzati a somministrare THC sintetico per via orale sotto foffi1a di pillole (Marinol@); nel 1989 sono state prescritte quasi 100.000 dosi. Ma fumare la cannabis può essere preferibile per una serie di ragioni. Il THC assunto per via orale viene assorbito dal sangue in modo irregolare e con lentezza. Inoltre un paziente afflitto da forte nausea, che vomita costantemente, può trovare quasi impossibile tenere la pillola giù, nello stomaco.

Nel 1979, Alfred Chang dell’istituto nazionale dei tumori studiò quindici pazienti con cancro al midollo osseo, paragonando gli effetti antiemetici del delta-9-THC in pillole e in sigarette e dei corrispondenti placebo. Furono i pazienti stessi ad assumere il ruolo di soggetti di controllo. L’efficacia del THC nel contenere nausea e vomito risultò evidente. Il 72% dei pazienti accusò nausea e vomito dopo aver preso un placebo. Quando la concentrazione di THC nel sangue era bassa, il 44% soffri”ra di nausea e vomito; per concentrazioni moderate, solo il 21 % era nauseato e vomitava; per concentrazioni piuttosto alte, questo succedeva solo a un 6%. Quindi l’efficacia del THC risultò dipendere da quanto ne viene assorbito dal sangue, e gli autori dell ‘indagine furono in grado di dimostrare che il THC da
fumare viene assimilato in modo più regolare.

La maggior parte dei pazienti preferisce le sigarette di marijuana al THC in pillole, che li rende ansiosi e li mette a disagio. Una ragione sta nella difficoltà nel valutare la dose di THC da assumere per via orale in modo da dosare la quantità che raggiunge il sangue e il cervello. Un’altra possibilità, suggerita da un gruppo di ricercatori peruviani, è che il cannabidiolo, una delle molte sostanze contenute nel fumo della marijuana, riduca gli stati ansiosi provocati dal delta-9-THC.4 Perciò la marijuana può essere sia più efficace, sia più tranquillizzante del THC in pillole. Abbiamo già osservato che i pazienti inclusi nei programmi statali dei primi anni ’80 la preferivano in modo quasiplebiscitario.

Nella primavera del 1990 due ricercatori hanno scelto a caso i nomi di più di duemila membri della società americana di oncologia clinica (un terzo degli iscritti), cui hanno inviato un questionario anonimo per conoscere le loro opinioni sull ‘uso della cannabis nella chemioterapia delle neoplasie. Quasi metà dei destinatari ha risposto. Nonostante gli autori dell’indagine riconoscano che questo gruppo si è auto selezionato e che l’attendibilità statistica dei dati può risentire di questo fatto, i loro risultati rappresentano una stima approssimativa delle opinioni degli specialisti sull’uso del Marinol e delle sigarette di marijuana.

Tra gli oncologi che hanno rispedito il questionario compilato, solo 43% ha dichiarato che i farmaci antiemetici legalmente disponibili (tra i quali il THC sintetico da assumere per via orale) offrono un sollievo adeguato a tutti o alla maggior parte dei loro pazienti, e meno del 46% ha affermato che gli effetti collaterali di questi farmaci sono un problema serio solo per pochi. Il 44% ha raccomandato l’uso illegale di marijuana ad almeno un paziente; il 50% la prescriverebbe ad alcuni pazienti se fosse legale. In media, considerano la marijuana più efficace del THC sintetico e, in linea di massima, altrettanto poco pericolosa.

Un effetto nefasto dell’illegalità della marijuana è che i pazienti sottoposti alla chemioterapia spesso devono imparare a fame uso per conto loro. Non è semplice come prendere una pillola; può richiedere una certa preparazione, sia per ottenere gli effetti desiderati, sia per evitare quelli indesiderati. Persino gli oncologi che prescrivono la marijuana con tranquillità generalmente ignorano la questione. I pazienti possono provare ansia o addirittura qualche forma di paranoia, pecialmente se non sanno cosa aspettarsi o non sono in grado di valutare le dosi. Gli effetti psicoattivi dovrebbero essere descritti con cura, in modo che i pazienti non vengano presi di sorpresa. Molti avranno bisogno anche di qualche spiegazione sugli aspetti pratici del fumare. Quando la marijuana diventerà una cura medica accettata contro la nausea e il vomito, pochi pazienti incontreranno difficoltà o disagi nel farne uso.